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Lungomare,
livre-installation, 2008 |
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TEXTES
CRITIQUES
GI: Come nasce questo viaggio in Sicilia che negli anni si è si trasformato in permanenza?
ADG: Era un vecchio desiderio quello di andare nel sud Italia.
Tutto è nato da ricerche sul corpo e sulle trasformazioni del corpo.
Queste ricerche mi hanno portato in un primo momento a Bologna dove ho esplorato le collezioni anatomiche della Facoltà di Medicina, da lì poi grazie ad una borsa di studio sono arrivata alla Fiumara d’Arte (Castel di Tusa). La residenza presso la Fiumara d’Arte era legata ad un progetto di studio sul corpo ma, una volta lì, mi sono interessata a tante altre cose ed ho approfondito nuove tematiche.
Il primo impatto con la Sicilia non è stato esattamente ciò che mi aspettavo: mi trovavo in un luogo sperduto, in mezzo al nulla, tra due grandi città, certo si trattava di un luogo con un vissuto molto particolare legato alla forte personalità di Antonio Presti. Però nei primi tempi rimasi un po’ sgomenta: da brava settentrionale, cercavo una Sicilia forse da cliché, una Sicilia po’ anticata.
GI: Un Interesse anche per il mito inizialmente – mi dicevi - , per la metamorfosi, per questa natura forte, contraddittoria…
ADG: In realtà sono stata molto più colpita dalla natura che dalla cultura siciliana. L’impatto con questa natura mediterranea è stato particolarmente intenso, io non conoscevo il sud dell’Europa quindi ho scoperto colori, odori, profumi e materiali nuovi. Sono arrivata qui a maggio ed ho vissuto quella prima estate siciliana… ed ho cominciato a lavorare con gli elementi naturali, a differenza di ciò che facevo prima a Bologna o anche in Francia, allora infatti adoperavo materiali sintetici.
GI: Avevi anche una posizione privilegiata da questo atelier che ti ospitava: una vera e propria finestra sul mare?
ADG: Si, era un posto abbastanza isolato che aveva questo pregio di affacciarsi sul mare, per me era una novità! Era la prima volta in vita mia che soggiornavo a lungo di fronte all’orizzonte marino, la mia prima reazione è stata quella di scattare una serie di fotografie in modo molto sistematico. Da questo lavoro è nata una prima installazione fotografica che allora ho chiamato Area: un’ intera parete tappezzata da diversi momenti dell’orizzonte variabile, era anche un lavoro sul tempo oltre che sul paesaggio.
GI: Parliamo del contrasto tra la libera fruizione del paesaggio e quegli elementi che tu hai definito ‘ostacoli visivi’?
ADG: Questi ostacoli visivi li ho messi a fuoco più tardi. Negli anni, dopo essermi definitivamente trasferita a Palermo, ho cominciato a cercare il mare e, non stando più davanti al mare, ho cominciato a lavorare su questa difficoltà paradossale, su un isola, di accedere al mare o anche solo di vedere il mare.
Nel corso delle mie ricerche ho progressivamente dato vita ad una specie di ricognizione del lungomare. Prendevo il treno e scendevo ad ogni piccola stazione del lungomare settentrionale e cercavo di accedere al mare cosa non sempre facile, a volte impossibile, perché ci sono recinzioni, vie private, cancellate, muri; non ero abituata a questa lottizzazione del lungomare!!
Ho fatto tante foto documentarie che negli anni si sono accumulate e le ho poi riciclate in altre installazioni, tra cui una che ho semplicemente chiamato “Lungomare”, un’installazione che riutilizzava gli scatti fotografici iniziali. Sopra questa striscia di mare che ho disposto lungo la parete ho inserito quelle che ho definito foto ostacoli: carcasse di macchine, scheletri incompiuti, discariche, cancelli. Da questa installazione poi è nata un’altra opera, recentissima, che ho anche chiamato Lungomare: un libro d’artista, un libro-installazione. Lungo il filo dell’orizzonte ci sono inserite queste foto ostacolo in bianco e nero che contrastano con l’azzurro del mare di fondo. In quest’ultima versione gli ‘ostacoli’ sono mobili, scivolano lungo l’orizzonte.
GI: Una ricerca che dura da diversi anni. Dal ’96 a oggi?
ADG: Si, una ricerca che ho cominciato nel ’96 da questa finestra sul mare e che ho portato avanti negli anni costituendo una vera e propria banca di immagini: ostacoli alla contemplazione del paesaggio!
GI: Che intendi per incompiuto?
ADG: L’incompiuto che è un dato di fatto della realtà contemporanea siciliana, del paesaggio siciliano, è stato per me una scoperta, come anche l’abusivismo. Ho incontrato un’altra Sicilia, diversa da quella che cercavo.
In un primo momento ho provato disagio, posso parlare di “disincanto”, guardare finalmente anche la Sicilia odierna e non più quella immaginata è stato un po’ brutale. Ero in crisi anche sul mio stare qui, poi ho deciso invece di lavorare sul mio disagio, cosa che capita spesso agli artisti, proprio scegliere ciò che mi sembrava inguardabile come oggetto della mia ricerca.
Ho guardato ai danni provocati al paesaggio, sulla fascia litoranea ma anche sulla conca d’oro infatti per lavoro mi spostavo tantissimo nella periferia di Palermo dove quotidianamente mi imbattevo in scheletri, strutture incompiute, un’architettura manifestamente auto-costruita, abusiva, fuorilegge. In un primo momento ho fatto un vero e proprio inventario degli scheletri che incontravo, raccogliendo così un’ampia collezione. Queste foto mi sono poi servite per altre installazioni come materiale di supporto, per esempio.
GI: La riflessione sulla costa ti ha naturalmente portato ad indagare gli spazi urbani?
ADG: Si, le due installazioni Mobil City 1 e 2, per esempio, sono frutto di una riflessione durata diversi anni: rielaborazione di idee e materiali, come spesso avviene nel mio lavoro.
Mobil City 1 era una città fatta di zinco pieghevole, come i vestiti delle bambole, quei vestitini con linguette di cartoncino. I palazzi della città di zinco si ripiegano e sono di minimo ingombro, l’intera installazione può essere portata in una valigia. Devo dire che questa semplificazione della struttura dei singoli edifici mi è venuta dopo una visita al “Giardino incantato” di Filippo Bentivegna, a Sciacca: questa parete di palazzi disegnati con una linea così infantile, semplici rettangoli con finestre, mi ha spinto a semplificare al massimo la struttura della città di zinco.
Questa è stata la prima città mobile, che si può trasportare in una valigia per irrompere dall’oggi al domani in una zona verde o deserta. Si tratta ovviamente di un’allusione a queste corone periferiche delle città anche se sappiamo che non è un fenomeno strettamente siciliano ma anzi è molto diffuso, si pensi alla Cina o a Dubay.
La prima città che ho costruito era una città lunare, spettrale, disabitata. Questa atmosfera era suggerita dal materiale scelto, lo zinco, che diffondeva una luce argentata, generava una sorta di mirage.
Più avanti seguendo l’idea del gioco per bambini, della costruzione, ho costruito un altro gioco componibile che evoca il plastico dell’architetto però questo gioco, Mobil City 2, è un ‘gioco di costruzione’ direttamente ispirato alle peculiarità del paesaggio siciliano è un paesaggio incompiuto. Un plastico del paradosso: una progettazione per un quartiere che non nasce perché progettato ma si sviluppa in modo assolutamente spontaneo, arbitrario. È un’installazione ironica anche se dolorosa, un’ironia amara, una denuncia.
Questo quartiere abusivo punteggiato da cisterne, da antenne paraboliche da pilastri senza solai da scale verso il cielo è probabilmente un paesaggio a voi familiare che per me rimane estraneo, credo sia importante lavorare su questa estraneità, lavorare su un contesto, pure familiare dopo tanti anni, che però non mi è mai esattamente proprio. È probabilmente questo scarto che rilancia la mia voglia capirlo, di descriverlo. Dunque questo plastico, questo gioco di costruzione, è ludico ma anche caustico.
Per rendere questo plastico più comprensibile, soprattutto al visitatore straniero, ho scelto negli anni di abbinarlo ad un raccoglitore sistematico di questi scheletri fotografati durante le prime ricerche siciliane, in modo da aiutare l’identificazione delle cisterne che in particolar modo possono essere fraintese, insomma far capire il significato di questo gioco amaro, il senso.
GI: E qual’è invece l’origine del tuo interesse per i sassi?
ADG: Il fatto di stare in Sicilia da tanto tempo mi ha permesso di raccogliere a volte sassi a volte scatti fotografici. Ho questa tendenza, propensione al frammento (a lavorare sul/ dal frammento) che poi tendo a ricomporre a rielaborare nello spazio chiuso, nel mio studio: ricompongo un paesaggio “da camera”, cioè un paesaggio rielaborato a partire dalla realtà esterna.
Ho raccolto tantissimi sassi negli anni. Tutto è cominciato alla Fiumara d’Arte dove ho raccolto due tipi di sassi: frammenti di terracotta e poi dei sassi molto belli, biondi, proprio di fronte l’Atelier sul mare. Con I sassi di cotto, dopo un tempo di maturazione, ho ricreato a terra una sagoma: la sagoma di una grande anfora (5-6m ca.), allusione all’archeologico, alla memoria antica della Sicilia.
Con gli altri sassi, dei veri e propri ciottoli di mare, ho creato un’installazione: li ho sormontati da forme di seni d’argilla, anche conchiglie, ed è diventata un’installazione estesa nella spazio “Via Lattea”.
GI: E quelli che chiami ‘finti sassi’?:
ADG: Più invece di recente ho indagato un’altra tipologia di sassi/ciottolo che ho chiamato “finti sassi”. Si tratta di avanzi di costruzione, si riconosce il mattone e il cemento buttati al mare e poi erosi dal mare e a poco a poco tornati ad assimilarsi agli altri ciottoli della spiaggia. È veramente un prodotto della natura e della cultura insieme o della non-cultura
GI:L’indagine sul tessuto urbano che cresce in modo tentacolare e fagocitante diventa oggetto di studio dei fotomontaggi degli ultimi anni
ADG: Sono dei lavori direttamente collegabili alla città di Palermo, il fotomontaggio “Babele” è chiaramente ispirato a Palermo, anche se con tale titolo diventa ovviamente una città mitica non più strettamente la Palermo che conosciamo, di fatto si tratta di un tessuto urbano che si nutre di ruderi, scheletri tutto incrociato e confuso così come si vede nel centro storico di Palermo.
Questo fotomontaggio ha avuto una lenta gestazione:l’attuale versione è il risultato della fusione di 2 fotomontaggi
Il primo che ho elaborato era intitolato “Roccabusiva”, titolo che traeva spunto dai nomi di paesi siciliani come Roccamena, Roccapalumba e aveva l’aspetto di un paese diroccato dell’entroterra, era esclusivamente un collage di scheletri. Più avanti invece ho fatto un altro fotomontaggio di crolli di edifici storici, crolli del centro di Palermo, i due studi dopo alcuni anni si sono fusi.
Nell’attuale versione ho creato volutamente sovrapposizioni tra le immagini di crolli e scheletri e poi ho aggiunto una terza serie di immagini: frammenti della struttura vitale e caotica del del Ficus Magnolideus, quest’albero che mi è sembrato equiparabile allo sviluppo della città al suo sviluppo incontrollabile. E cosi questo fotomontaggio presenta una Città che è come un gigante dai piedi d’argilla, una specie di mostro che continua ad edificarsi su radici molto incerte.
A questo punto è tornato stranamente il mio interesse per il corpo nel senso che vedevo nel corpo, nell’organismo urbano, un alternarsi di zone sane e malate con una crescita e anche un processo di morte insieme.
GI: L’ossessione della ripetizione si concretizza nelle villette a schiera dei villaggi turistici. Altro fenomeno diffuso nel territorio siciliano e da te acutamente esaminato attraverso una nuova installazione
ADG: Ho imparato qui la parola villino che non conoscevo, che ancora riesco a tradurre a fatica, da lì “villino mania” questa installazione che allude proprio alla bramosia di proprietà privata e alla smania anche di distinguere la propria casa da quella del vicino. Anche lì sono partita da uno studio fotografico del fenomeno e poi mi sono ispirata alle forme di questo cosiddetto stile mediterraneo che non penso abbia niente di autentico. Mi sono ispirata con ironia a queste forme deliranti a questi materiali da interno usati per esterni, a questo odio del vegetale che vedo in questi cortiletti cementificati.
E da lì ho costruito un altro quartiere molto realistico e reinventato che vede case costruite a schiera e le automobili di ogni famiglia integrate al corpo stesso del villino quasi a spiegare quanto l’abitacolo della macchina sia parte dell’habitat siciliano.
Paola
Nicita, in catalogo della
mostra Femminile, singolare, galleria Reali Arte contemporanea,
Brescia, maggio 2006
Anne-Clémence de Grolée ridisegna il percorso dei
grandi viaggiatori stranieri, alla ricerca del trionfo dell’estetica
classica nella celebre moda del Viaggio in Italia.(…). Ripercorrere
questi itinerari, a distanza di tre secoli, significa riscrivere
le pagine di una storia che nel frattempo è mutata, e dove
il paesaggio diviene libro d’eccellenza per storie contemporanee
che hanno perso l’aura dell’epicità. Forse per
sempre. Le lunghe passeggiate in giro per la Sicilia compiute da
Anne-Clémence de Grolée a piedi divengono così
quasi un gesto di protesta, rivendicazione silenziosa che si materializza
in immagini che nulla concedono all’idea di perfezione formale
figlia di quel canone di bellezza assoluta, ma che si propongono
come reinvenzione dell’anti-classico, per una nuova mappa
di geografie semantiche. I segni, per l’appunto, sono quelli
di una violenza morale che si trasforma presto in sfregio, in cementificazione
del pensiero. Ville abbandonate, scheletri di case incompiute, l’idea
di una proprietà esclusiva da contrapporre al sentimento
della comunità.
(…) Gli appunti di questo carnet fotografico raccontano luoghi
che hanno perso l’anima e che rischiano di essere cancellati
da un oblio feroce. Rovine contemporanee che non hanno avuto il
tempo d’invecchiare.
Olivier
Grasser, in dépliant della mostra Illuminazione,
Maison de la Culture d’Amiens, dicembre 2005
Le installazioni di Anne-Clémence de Grolée parlano
di un paesaggio urbano disseminato di ruderi e palazzi incompiuti.
Aldilà dei problemi politici o sociali che questo dato di
fatto traduce, tentano di rappresentare l’onnipresenza di
un vuoto da dove emerge tuttavia una crescita per difetto, che poggia
sull’instabilità e la disgregazione.
Sergio
Troisi,
in La Repubblica, aprile 2004
Lo sguardo di Anne-Cl. de Grolée (…) indaga il paesaggio
siciliano nella sua irrisolta sintesi di caos e di memoria: tre
installazioni presentate in rapida successione, inanellate come
un itinerario insieme percettivo e simbolico che muove dalla frammentazione
per giungere al recupero di forme archetipe conciliatrici. Nella
prima installazione, la linea del mare e dell’orizzonte, gli
scheletri di edifici incompiuti, le carcasse d’auto e i pali
della luce formano un puzzle di geometrie impazzite attraverso frammenti
fotografici incollati alle facce dei cubi di legno. Nella seconda,
la creta spaccata da cui si erge una foresta di sagome di torri
in zinco era l’immagine della violenza, della sterilità
e di una desolazione senza appello. Ne “Le mie capanne”
al contrario, la sagoma moltiplicata delle cupole di San Giovanni
degli Eremiti diviene un morbido archetipo femminile, l’emblema
di una condizione naturale sottolineata anche dal color terra che
riveste i profili in legno come una materia prima e ancestrale.
Marina
Giordano, in catalogo della mostra Le Visitatrici,
Accademia Abadir, San Martino delle Scale (PA), maggio 2008
La sua installazione più recente (…) affonda le radici
negli archetipi della mediterraneità. I suoi uomini-lumaca,
novelli Colapesce, che assumono anche la fisionomia di sirene dalle
lunghe code, riemergono dalla profondità degli abissi, randagi
ed errabondi, fluttuanti e lenti nella loro inesorabile marcia di
migranti. In questa traversata portano con sé, nomadi in
cerca di un approdo, le loro stesse case come uno zaino in spalla
o come un guscio; esseri metamorfici che possono apparire a chi
li osserva anche come le sagome di barche che riconducono alla memoria
gli antichi riti di passaggio, del traghettamento dei morti lungo
il Nilo (…) e delle anime guidate da Caronte nell’Inferno
dantesco.
(…) Alcuni appaiono esangui, stremati dalla fatica di un viaggio
dalla meta lontana (…). Altri, invece, sembrano spinti da
una forza propulsiva, da un’energia primaria resa visivamente
dalla superficie irregolare della creta e dalla moltitudine di figure
che, come una falange, avanzano verso un approdo, verso il miraggio
di un orizzonte (…). Inevitabile l’accostamento di questa
lenta processione, sempre diversa e sempre uguale come le eaux vives,
le ondate delle maree, al destino dei clandestini che sfidano le
acque del Mediterraneo alla ricerca di un futuro altro, di una speranza
di rinascita offuscata dal germe minaccioso della morte.
Cinzia
Ferrara, in catalogo della mostra Installazioni,
Galleria Nuvole, Palermo, aprile 2004
C’è un filo sottile che lega lo sguardo di A.C. de
Grolée ed il territorio siciliano, un territorio da lei raggiunto,
percorso, osservato ed infine rappresentato con animo impietoso
e compassionevole al contempo: un urlo sussurrato che pervade le
sue opere, in cui all’immagine drammatica della deturpazione
dei luoghi, violati da un’ossessiva bramosia di costruzione,
innalzando opere dedicate a nuove e malefiche divinità, si
contrappone un linguaggio impalpabile come borotalco, gioioso come
un gioco di bimba, leggero come un passo di danza, che traccia,
muovendosi sulle punte, sottili traiettorie nello spazio della raffigurazione,
in un continuo gioco di connessioni tra elementi anche distanti
tra loro, creando un ritmo sincopato che provoca sospensione, rallentamento
del pensiero, attesa.
Emilia
Valenza, in Giornale di Sicilia, marzo 2002
Nell’ottica del disagio e dell’indignazione, di un sogno
evocato, di una città ideale ma irrimediabilmente utopica
si muove il lavoro di A.C. de Grolée, che configura, nella
contrapposizione tra le sue dolci ed evanescenti sirene di lamiera
zincata, morbide e lucenti silhouettes emerse da una Atlantide immaginaria,
e l’ammasso rovinoso di ciarpame edilizio sulle coste siciliane,
la fine miserevole di quel decantato equilibrio e di quella superiore
armonia di winckellmaniana memoria che trova linfa nel mitico paesaggio
siciliano di epoca classica.
Sirene mute e attonite si sollevano sulle lunghe code a guardare
da lontano il delinearsi delle coste, altre sembrano rannicchiarsi
in un confortante sonno, forse portatore di sogni più felici
di quelle immagini di macchine sfasciate depositate sulla spiaggia.
Guido
Curto, in catalogo della mostra Città,
Galleria Nuvole, Palermo, marzo 2002
Le Donne-Pesce, sospese a mezz’aria, sono una poetica evocazione
del mare, ma sono anche lo schermo su cui si stagliano le squallide
vedute di una periferia degradata, fulcro doloroso di tensioni contraddittorie,
l’esatto opposto di un paesaggio seducente e pittoresco. Insomma
è un ossimoro.
(…) L’arte per lei è la capacità di cogliere
una dialettica di opposti, mettendo in evidenza la tipicità
e la poesia di situazioni borderline, il cui riscatto non sta nella
cosmesi urbana fatta di passeggiate-a-mare in cemento armato o di
fastosi Club per vacanze. Semmai qui l’auspicio è il
mantenimento di certe micro specificità culturali e sociali
che fanno di quei luoghi, non gli anonimi, omologati non-luoghi
teorizzati da Marc Augé, bensì dei quartieri in attesa
di riscatto, ma già oggi colmi di vibrante energia.
Paola
Nicita, in catalogo della mostra Sud, strazi
e sollazzi, associazione Futuro, Roma, maggio 1999
(…) Giunta come ospite di un atelier d’artista presso
la Fiumara d’Arte, in una dimensione sicuramente singolare
e fuori dal mondo, A. C. de Grolée si è poi “catapultata”
in una città che intreccia abilmente fascino sontuoso e difficoltà.
(…)
Cosi tra fughe e ritorni, instaura un dialogo sempre più
serrato con questi luoghi, che iniziano ad affiorare nei suoi lavori:
i sassi della Fiumara accolgono le forme dei seni in terracotta
di una via lattea caduta sulla terra, che dentro una valigia divengono
un bagaglio di conoscenza, la voglia di “esportare”
un frammento di Sicilia. E le domande posseggono risposte molteplici,
proprio come i molti oggetti che nel loro comporsi e relazionarsi
formano le installazioni d’A.C. de Grolée che trova
nella presenza della ripetizione la possibilità di indicare
più vie possibili, uno stradario aperto a raggiera per guidare
l’osservatore verso vie infinite. L’immagine del mare
ritorna dentro centinaia di provini fotografici allineati su una
parete come un campionario di tutti gli orizzonti, ed è ancora
questa presenza liquida ad essere delimitata dentro bacinelle di
alluminio, riportando alla nascita.
Maria
Rosa Sossai, in catalogo della mostra Sud, strazi
e sollazzi, associazione Futuro, Roma, maggio 1999
All’inizio
del suo soggiorno, le opere riflettono il sentimento di fusione
che Anne-Clémence prova nei confronti di una natura sensuale,
densa di umori sotterranei e rivelano il fascino di costumi arcaici
ormai scomparsi. (…) Poi le installazioni inaugurano un pensiero
più meditato sul corpo, con un linguaggio che si arricchisce
di nuovi elementi come l’argilla e l’acqua. Questo stato
di assimilazione tra corpo e natura si interrompe nell’opera
Paysage sicilien dove centinaia di provini fotografici disposti
su una parete mostrano immagini di ulivi insieme a scheletri di
case abusive. All’idea totalizzante di sublime e di beatitudine
delle opere precedenti è subentrato un sentire più
vigile del presente, la percezione dolorosa della precarietà
che il degrado e il “mai finito” trasmettono. (…)
Al sentimento di gioiosa sensualità espresso nelle prime
opere è subentrato un senso disincantato di “non-appartenenza”
che sposta il punto di vista e muta la rotta della sua ricerca verso
una riflessione più matura del rapporto tra natura e cultura.
Roberto
Daolio, in catalogo della mostra A mon seul
désir, Alliance Culturelle Française di Bologna,
marzo 1995
(…) Anche il lavoro di A.C. de Grolée si sviluppa e
matura su piani diversi e difficilmente etichettabili.
L’affastellarsi dei segni e dei richiami ad un percorso che
potrebbe configurarsi all’interno della prospettiva consolidata
di un triplice rapporto arte-scienza-natura, viene condotto attraverso
l’individuazione della centralità “mediata”
del corpo. Da questo punto di vista il corpo e le sue incontrollate
divagazioni e metamorfosi, riflette e progetta il senso di una manipolazione
semantica che legittima non solo le ibridazioni formali tra natura
e storia, o tra immaginario poetico e innovazione tecnologica, ma
anche una precisa volontà di intervento sensibile e motivato
dai contrasti dell’identità soggettiva.
Cosi come il rapporto tra fisicità naturale e rappresentazione
complessa di una contaminazione non banalizzata tra interno ed esterno,
tra micro e macro-cosmo “corporeo”, riflette la destabilizzazione
di un erotismo sottile e sensibile ibridato dalla magnetica seduzione
di un particolare per il tutto.
(…) L’interesse di A.C. de Grolée per le rappresentazioni
del corpo come fulcro tra pulsioni dionisiache e studi anatomici,
tra l’arte erotica pompeiana e gli ex-voto, tra la pittura
religiosa e la statuaria dei giardini rinascimentali, tra la convivenza
degli opposti mimetici di una esplorazione curiosa di natura ed
artificio, si condensa e si identifica in una esasperazione incrociata
di scambi simbolici.
(…) Il gioco di ibridazione delle forme mutanti o delle pulsioni
vitalistiche incontrollate viene a dominare il rapporto con i riferimenti
scientifici elaborati su scala ambientale. Dove la “dimensione”
di laboratorio, chiuso, intimo, privato, si collega alla percezione
del visitatore attraverso l’implicita seduzione di un cabinet
de curiosités.
Interview d’Anne-Clémence de Grolée,
par Giulia Ingarao (26 juin 2008)
GI : Comment est né ce voyage en Sicile, qui, au fil des années, s’est transformé en séjour… ?
ADG : J’avais depuis longtemps le désir d’aller dans le sud de l’Italie. Tout est né de ces recherches sur le corps et ses transformations que j’approfondissais dans ces années-là. Ces recherches m’ont amenée dans un premier temps à Bologna où j’ai exploré les collections anatomiques de la Faculté de Médecine et puis, je suis arrivée, grâce à une bourse de recherche, à la Fiumara d’Arte (Castel di Tusa).
La résidence à la Fiumara d’Arte était liée à un projet de recherche sur le corps mais, une fois là-bas, je me suis intéressée à d’autres choses et j’ai approfondi de nouvelles thématiques.
Le premier impact avec la Sicile n’a pas été exactement comme je m’y attendais : je me retrouvais dans un endroit perdu, au milieu de nulle part, entre deux grandes villes, certes il s’agissait d’un lieu avec un vécu très particulier lié à la forte personnalité d’Antonio Presti. Cependant, dans les premiers temps, j’étais un peu perdue : en bonne septentrionale, je cherchais une Sicile peut-être « cliché », une Sicile un peu momifiée.
GI : Un intérêt aussi pour le mythe, initialement, -tu me disais- pour la métamorphose, pour cette nature forte, contradictoire…
ADG : En réalité j’ai été beaucoup plus frappée par la nature que par la culture sicilienne. L’impact avec cette nature méditerranéenne a été particulièrement intense, je ne connaissais pas le sud de l’Europe et alors j’ai découvert des couleurs, des odeurs, des parfums et des matériaux nouveaux. Je suis arrivée ici en mai et j’ai vécu ce premier été sicilien, et à partir de là j’ai commencé à travailler avec des éléments naturels, avant en fait, que ce soit à Bologna ou en France, je manipulais des matériaux synthétiques.
GI : Tu avais aussi une position privilégiée de cet atelier qui t’accueillait : une véritable « fenêtre sur mer « ?
ADG : Oui, il s’agissait d’un endroit assez isolé mais qui avait la qualité d’être ouvert sur la mer, pour moi c’était une nouveauté ! C’était la première fois que je séjournais si longtemps en face de l’horizon marin et ma première réaction a été de le photographier de façon systématique. De ce travail est née une première installation photographique que j’ai appelée Aria : un mur entier tapissé de différents moments de cet horizon variable, c’était un travail sur le temps outre que sur le paysage.
GI : Parlons du contraste entre la libre contemplation du paysage et ces éléments que tu as défini « obstacles visuels»…
ADG : Ces obstacles visuels, je les ai pris en considération plus tard. Au cours des années, après m’être définitivement transférée à Palerme, j’ai commencé à « chercher » la mer et, comme je ne me trouvais plus devant la mer, j’ai commencé à travailler sur cette difficulté, paradoxale dans une île, d’accéder à la mer ou même seulement de voir la mer.
Au fil de mes recherches, j’ai progressivement développé une espèce de reconnaissance photographique du bord de mer. Je prenais le train, je descendais à chaque petite station de la côte nord de la Sicile et je cherchais à accéder à la mer, chose pas toujours aisée, parfois impossible, parce qu’il y a des clôtures, des grilles, des voies privées, des murets ; je n’étais pas habituée à un tel lotissement du bord de mer !
J’ai pris tant de photos qui, au fil du temps, se sont accumulées et que j’ai ensuite recyclées dans d’autres installations, entre autres celle que j’ai appelée simplement Lungomare/Bord de mer, une installation qui réutilisait les clichés initiaux. Par-dessus cette bande de mer disposée tout le long d’un mur j’ai inséré ces photos que j’ai définies « photos-obstacles » : épaves de voitures, squelettes inachevés, décharges, portails. Cette installation a ensuite donné naissance à une autre œuvre, très récente, également intitulée Lungomare : un livre d’artiste, un livre-installation. Sur le fil de l’horizon j’ai introduit ces photos obstacles en noir et blanc qui contrastent avec l’azur de la mer sur le fond. Dans cette dernière version, les « obstacles » sont mobiles, ils glissent le long de l’horizon.
GI : Une recherche qui dure depuis plusieurs années. De 1996 à aujourd’hui?
ADG : Oui, une recherche que j’ai commencé en 1996 de cette fenêtre sur la mer et que j’ai développée au cours des ans, constituant ainsi une véritable banque d’images d’obstacles à la contemplation de la mer !
GI : Qu’est-ce que tu entends par inachevé ?
ADG : L’inachevé, qui est un état de fait de la réalité contemporaine sicilienne, du paysage sicilien actuel, a été pour moi une découverte, de même que l’abusivismo.
Dans un premier temps, j’ai éprouvé un certain malaise, on pourrait parler de désenchantement, regarder finalement la Sicile actuelle et non plus celle imaginée, ça a été un peu brutal. J’étais aussi en crise par rapport au projet de rester ici et puis, j’ai décidé au contraire de travailler sur mon malaise, chose qui arrive souvent aux artistes, de choisir précisément ce qui me semblait impossible à regarder comme objet de ma recherche.
J’ai regardé les dégâts provoqués sur le paysage, sur la zone littorale mais aussi sur la Conca d’oro. Pour raison de travail, je me déplaçais énormément dans la banlieue de Palerme où quotidiennement je rencontrais des « squelettes », des structures inachevées, une architecture manifestement auto-construite, abusive, hors-la-loi. Au début, j’ai réalisé une sorte d’inventaire de ces différents squelettes recueillant ainsi une ample collection. Ces photos m’ont ensuite servi pour d’autres installations comme matériel de support, par exemple.
GI : La réflexion sur la côte t’a naturellement amenée à enquêter sur les espaces urbains ?
ADG : Oui, les deux installations Mobile City 1 et 2 , par exemple, sont le fruit d’une réflexion qui a duré pendant plusieurs années : une réélaboration d’idées et de matériaux, comme cela se produit souvent dans mon travail.
Mobil City 1 était une ville faite en plaques de zinc, pliables, comme les habits des poupées, ces petits vêtements avec des languettes en carton. Les immeubles de la ville en zinc se replient et sont d’un encombrement minimum, l’installation toute entière peut être transportée dans une valise. Je dois préciser que cette simplification de la structure de chaque édifice m’est venue à la suite d’une visite au « Jardin enchanté » de Filippo Bentivegna, à Sciacca : ce mur d’immeubles dessinés avec une ligne si infantile, de simples rectangles avec des fenêtres, m’a poussée à simplifier au maximum la structure de la ville en zinc.
Cela a été ma première ville mobile, qui peut être transportée dans une valise et surgir du jour au lendemain dans une zone verte ou déserte. Il s’agit évidemment d’une allusion aux couronnes périphériques des villes siciliennes même si un tel phénomène n’est pas strictement sicilien mais très diffus ailleurs aussi.
La première ville que j’ai construit était une ville lunaire, spectrale, inhabitée. Cette atmosphère était suggérée par le matériau choisi, le zinc, qui diffusait une lumière argentée, générait une sorte de mirage.
Plus tard, reprenant l’idée du jeu de construction pour enfants, j’ai construit un autre jeu à modules qui évoque la maquette de l’architecte mais ce jeu, Mobile City2, est un jeu de construction qui s’inspire directement des particularités du paysage sicilien, c’est la vision d’un paysage inachevé. Une maquette paradoxale : une maquette pour un quartier qui ne naît pas d’un projet mais qui se développe de façon absolument spontanée, arbitraire. C’est une installation ironique mais aussi douloureuse, marquée par une ironie amère, une critique sévère.
Ce quartier abusif ponctué de citernes, d’antennes paraboliques, de piliers sans toit, d’escaliers vers le ciel est sans doute un paysage familier pour vous tandis que, pour moi, il demeure étranger et je crois que c’est important pour moi de travailler sur ce sentiment d’étrangeté, de travailler sur un contexte qui, bien que devenu plus familier après tant d’années, ne m’appartient pas vraiment. Et c’est probablement ce décalage qui relance mon désir de le comprendre, de le décrire. Ainsi cette maquette, ce jeu de construction est à la fois ludique et caustique.
Pour rendre cette maquette plus compréhensible, surtout au visiteur étranger, j’ai choisi petit à petit de l’associer à un classeur systématique des squelettes photographiés lors de mes premières recherches siciliennes, de sorte à faciliter l’identification des citernes en particulier, qui peuvent être mal interprétées, en somme pour éclaircir la signification de ce jeu amer.
GI : Et quelle est l’origine en revanche de ton intérêt pour les cailloux ?
ADG : Le fait de rester en Sicile si longtemps m’a permis de recueillir tour à tour des cailloux et des clichés photographiques. J’ai cette tendance, cette propension à travailler sur et à partir du fragment, que je tends à recomposer, à réélaborer dans l’espace fermé de mon atelier : je recompose une sorte de « paysage de chambre », c’est-à-dire un paysage intérieur élaboré à partir de la réalité extérieure.
J’ai ramassé une grande quantité de cailloux au fil des ans. Tout a commencé à la Fiumara d’Arte où j’ai ramassé deux types de cailloux : des fragments de terrecuite et puis des galets très beaux, blonds juste en face de l’hôtel Atelier sul mare. Avec les cailloux de terrecuite, passé un temps de maturation, j’ai recréé au sol la silhouette d’une grande Amphore (environ 6m de long), allusion à l’archéologique, à la mémoire antique de la Sicile.
Avec les autres cailloux, de véritables galets, j’ai créé une autre installation : je les ai surmontés de formes de sein en argile, sein ou coquillage…, et ils sont devenus une installation déployée dans l’espace comme la Via lattea /Voie lactée.
GI : Et ceux que tu appelles « faux-galets » :
ADG : Plus récemment j’ai travaillé avec une autre typologie de cailloux que j’ai appelés « faux-galets ». Il s’agit de rebuts de construction, on reconnaît la brique et le ciment, jetés à la mer et puis érodés par la mer et petit à petit assimilés aux autres galets de la plage. C’est vraiment le produit de la nature et de la culture (ou de la non-culture…).
GI : La recherche sur le tissu urbain qui croît de façon tentaculaire et phagocytante devient l’objet d’étude des photomontages de ces dernières années
ADG : Il s’agit de travaux qui se rattachent directement à la ville de Palerme, le photomontage Babele/Babel en particulier s’inspire clairement de Palerme même si avec un tel titre, il devient évidemment une ville mythique et plus seulement la Palerme que nous connaissons : de fait on y voit un tissu urbain qui se nourrit de ruines et de squelettes, le tout entremêlé et confus exactement comme le centre historique de Palerme.
Ce photomontage a connu une lente gestation : la version actuelle est le résultat de la fusion de deux photomontages précédents. Le premier intitulé Roccabusiva, titre qui imitait les noms de villages siciliens comme Roccamena, Roccapalumba, avait l’aspect d’un village perché de l’intérieur des terres et il était exclusivement constitué de squelettes. Plus tard j’ai fait un autre photomontage fait au contraire de ruines de palais du centre historique de Palerme. Et puis les deux études se sont réunies après quelques années.
Dans la version actuelle, j’ai créé volontairement des superpositions entre les images de ruines et de squelettes et puis j’ai ajouté une troisième catégorie d’images, des fragments de la structure vitale et chaotique du Ficus magnolioides, cet arbre qui me semble comparable au développement incontrôlable de cette ville. Et donc ce photomontage présente une ville qui est une sorte de géant aux pieds d’argile, une espèce de monstre qui continue de s’édifier sur des racines très incertaines.
Ici étrangement mon intérêt pour le corps est revenu au sens où je voyais dans ce « corps », dans cet « organisme » urbain, une alternance de zones saines et malades, marqué par une croissance confondue avec un processus de mort.
GI : L’obsession de la répétition se concrétise dans les villas standart des villages touristiques. Un autre phénomène diffusé dans le territoire sicilien et que tu examines à travers une nouvelle installation.
ADG : J’ai appris ici le mot villino que je ne connaissais pas et que j’ai encore du mal à traduire, de là vient Villinomania, l’installation qui fait allusion justement à l’aspiration obsessionnelle à la propriété privée et à la manie de différencier sa propre maison de celle du voisin. Dans ce cas, là aussi, je suis partie d’une étude photographique de ce phénomène et puis je me suis inspirée des formes du soi-disant « style méditerranéen » qui n’a sans doute pas grand-chose d’authentique. J’ai cité avec ironie ces formes délirantes, ces matériaux pour intérieur utilisés à l’extérieur, cette haine du végétal que je trouve dans ces petites cours cimentées.
J’ai construit ainsi un autre quartier très réaliste fait de maisons construites en série dans lesquelles les automobiles de chaque famille font partie intégrante du corps du villino comme pour illustrer combien l’habitacle de la voiture fait partie à plein titre de l’habitat sicilien.
Paola Nicita, in cat.
de l’exposition Femminile, singolare, Galerie Reali
arte contemporanea, Brescia, 2006
Anne-C. de Grolée redessine le parcours des grands voyageurs
étrangers, à la recherche du triomphe de l’esthétique
classique à l’époque de la célèbre
mode du Voyage en Italie. (…). Parcourir de nouveau ces itinéraires,
à distance de trois siècles, signifie réécrire
les pages d’une histoire qui, entre-temps, a changé,
et où le paysage devient le livre par excellence pour des
histoires contemporaines qui ont perdu l’aura de l’épique.
Peut-être pour toujours. Les longues promenades au travers
de la Sicile effectuées à pied par A.C. de Grolée
deviennent ainsi presque un geste de protestation, une revendication
silencieuse qui se matérialise dans des images qui ne concèdent
rien à l’idée de perfection formelle, fille
de ce canon de beauté absolue, mais se proposent comme une
réinvention de l’anti-classique, pour une nouvelle
carte de géographies sémantiques. Et ces signes sont
précisément ceux d’une violence morale qui se
transforme en affront, en démolition de la pensée.
Villas abandonnées, squelettes de maisons inachevées,
l’idée d’une propriété exclusive
à opposer au sentiment de la communauté.
(…) Les notes de ce carnet photographique racontent des lieux
qui ont perdu l’âme et qui risquent d’être
effacés par un oubli féroce. Ruines contemporaines
qui n’ont pas eu le temps de vieillir.
Olivier Grasser, in
plaquette de l’exposition Illuminazione, Maison de
la Culture d’Amiens, décembre 2005
Les installations d’Anne-Clémence de Grolée
parlent d’un paysage urbain jonché de ruines et d’immeubles
inachevés. Au-delà des problèmes politiques
ou sociaux que traduit cet état de fait, elles tentent de
représenter l’omniprésence d’un vide duquel
émerge cependant une croissance par le manque, reposant sur
l’instabilité et le délitement.
Sergio Troisi, in
La Repubblica, avril 2004
Le regard d’A.C. de Grolée (…) analyse le paysage
sicilien dans sa synthèse irrésolue de chaos et de
mémoire : trois installations présentées dans
une rapide succession, enchaînées en un itinéraire
à la fois perceptif et symbolique qui part de la fragmentation
pour arriver à la reprise de formes archétypiques
conciliatrices. Dans la première installation Paesaggi eccellenti,
la ligne de la mer et de l’horizon, les squelettes d’immeubles
inachevés, les épaves de voitures et les réverbères
forment un puzzle de géométries folles composées
de fragments photographiques collés sur les faces de cubes
en bois. Dans la seconde Mobile City 1, l’argile fendillée
sur laquelle se dresse une forêt de silhouettes de tours en
zinc est l’image de la violence, de la stérilité
et d’une désolation sans appel. Dans Mes cabanes, au
contraire, la silhouette démultipliée des coupoles
de San Giovanni degli Eremiti devient un confortable archétype
féminin, l’emblème d’une condition naturelle
soulignée également par la couleur terre qui recouvre
les profils en bois comme une matière ancestrale.
Marina Giordano, in
catalogue de l’exposition Le Visitatrici, Accademia
Abadir, San Martino delle Scale (PA), mai 2008
Son installation la plus récente Traversée (…)
plonge ses racines dans les archétypes de la Méditerranée.
Ses hommes-escargot, nouveaux Colapesce, qui prennent aussi la physionomie
de sirènes aux longues queues, réémergent des
profondeurs des abysses, errants et vagabonds, fluctuants et lents
dans leur inexorable marche de migrants. Dans cette traversée
ils emportent avec eux, nomades à la recherche d’un
lieu où aborder, leur propre maison comme un sac-à-dos
ou comme une coquille; êtres métamorphiques qui peuvent
apparaître aussi à celui qui les observe comme la silhouette
de barques qui nous ramènent à la mémoire des
anciens rites de passage, de l’accompagnement des morts le
long du Nil (…) et des âmes guidées par Charon
dans l’Enfer dantesque.
(…) Certains semblent exténués, épuisés
par la fatigue d’un voyage à la destination lointaine
(…). D’autres, au contraire, semblent poussés
par une force propulsive, par une énergie primordiale rendue
visuellement par la surface irrégulière de l’argile
et par la multitude de figures qui, comme une phalange, avancent
vers une terre, vers le mirage d’un horizon (…) Inévitablement
il vient à l’esprit de rapprocher cette lente procession,
toujours diverse et toujours identique comme les eaux- vives, les
vagues des marées, au destin des clandestins qui défient
les eaux de la Méditerranée à la recherche
d’un futur autre, d’une espérance de délivrance
troublée par le germe menaçant de la mort.
Cinzia Ferrara, in
catalogue de l’exposition Installazioni, Galleria
Nuvole, Palermo, avril 2004
Il y a un fil subtil qui lie le regard d’Anne-Clémence
de Grolée et le territoire sicilien, territoire qu’elle
a rejoint, parcouru, observé, et enfin représenté
avec un esprit à la fois impitoyable et plein de compassion:
un cri murmuré qui pénètre ses œuvres,
dans lesquelles à l’image dramatique de la défiguration
des lieux, violés par une soif obsessive de construction
semblant élever des œuvres dédiées à
de nouvelles et maléfiques divinités, s’oppose
un langage impalpable comme du talc, joyeux comme un jeu de petite
fille, léger comme un pas de danse qui trace, en se déplaçant
sur la pointe des pieds, de subtiles trajectoires à travers
l’espace de la représentation, dans un continuel jeu
de connexions entre des éléments parfois distants
entre eux, créant un rythme syncopé qui provoque suspension,
ralentissement de la pensée, attente.
Guido Curto, in catalogue
de l’exposition Città, Galleria Nuvole, Palermo,
mars 2002
Les Femmes-Poisson, suspendues au milieu de l’air, sont une
évocation poétique de la mer, mais aussi l’écran
sur le quel se découpent les sinistres vues d’une banlieue
dégradée, le coeur douloureux de tensions contradictoires,
l’exact opposé d’un paysage séduisant
et pittoresque. En somme, on a là un oxymoron.
(…) L’art pour A. C. de Grolée est la capacité
de saisir une dialectique d’opposés, en soulignant
les aspects typiques et la poésie de situations borderline,
dont le salut ne se trouve pas dans la cosmétique urbaine
faite de promenades de bord de mer en ciment armé ou de fastueux
Club pour les vacances. Mais plutôt dans le maintien de certaines
micro spécificités culturelles et sociales qui font
de ces lieux, non les anonymes, homologués non-lieux théorisés
par Marc Augé, mais des quartiers en attente de renaissance,
aujourd’hui déjà pleins de vibrante énergie.
Emilia Valenza, in
Giornale di Sicilia, mars 2002
Le travail d’A.C. de Grolée se situe dans l’optique
du malaise et de l’indignation, d’un rêve évoqué,
d’une ville idéale mais irrémédiablement
utopique. Un travail qui représente, à travers la
contraposition entre ses douces et évanescentes sirènes
en zinc, souples et lumineuses silhouettes émergées
d’une Atlantide imaginaire, et la confusion désastreuse
de constructions médiocres sur les côtes siciliennes,
la fin misérable de cet équilibre tant célébré
et de cette supérieure harmonie de mémoire Winckelmannienne
qui trouve sa lymphe dans le paysage sicilien mythique de l’époque
classique.
Des sirènes muettes et stupéfaites se soulèvent
sur leurs longues queues pour regarder au loin le dessin linéaire
des côtes, d’autres semblent recroquevillées
dans un sommeil réconfortant, peut-être porteur de
rêves plus heureux que ces images de voitures déglinguées
déposées sur la plage.
Paola Nicita, in catalogue
de l’exposition Sud, strazi e sollazzi, associazione
Futuro, Roma, mai 1999
(…) Arrivée comme hôte d’un atelier d’artiste
à la Fiumara d’Arte, dans un contexte pour le moins
singulier et hors du monde, elle s’est ensuite « catapultée
» dans une ville qui allie habilement fascination somptueuse
et difficultés.(…)
Ainsi, de fugues en retours, A.C de Grolée instaure un dialogue
de plus en plus étroit ave ces lieux qui tendent à
affleurer dans ses travaux : les cailloux de la Fiumara accueillent
les formes de seins en terre cuite d’une voie lactée
tombée sur la terre et deviennent, à l’intérieur
d’une malle, un bagage de connaissance, l’envie d’
« exporter » un fragment de Sicile. Et les questions
possèdent de multiples réponses, exactement comme
les nombreux objets qui, assemblés et mis en correspondance,
composent les installations d’Anne-Clémence de Grolée.
Elle trouve par la répétition le moyen d’indiquer
plusieurs voies possibles, comme un atlas ouvert en éventail
qui guiderait l’observateur vers des routes infinies. L’image
de la mer revient au travers de centaines d’épreuves
photographiques alignées sur le mur comme un échantillonnage
de tous les horizons, et c’est encore cette présence
liquide qui est enclose à l’intérieur de bassines
d’aluminium, renvoyant au thème de la naissance.
Maria Rosa Sossai,
in catalogue de l’exposition Sud, strazi e sollazzi,
associazione Futuro, Roma, mai 1999
Au début de son séjour, les œuvres reflètent
le sentiment de fusion qu’Anne-Clémence éprouve
face à une nature sensuelle, riche d’humeurs souterraines
et révèlent l’attrait de coutumes archaïques
désormais disparues.(…) Par la suite, les installations
amorcent une réflexion plus approfondie sur le corps, avec
un langage qui s’enrichit de nouveaux éléments
naturels tels que l’argile et l’eau. Cet état
de fusion entre corps et nature s’interrompt dans Paysage
Sicilien où des centaines d’épreuves photographiques
disposées sur un mur présentent simultanément
des images d’oliviers et des squelettes de maisons abusives.
A l’idée totalisante de sublime et de béatitude
contenue dans les œuvres précédentes a succédé
une sensibilité plus aigüe du présent, la perception
douloureuse de la précarité que la dégradation
et le « jamais-fini » transmettent. (…) Au sentiment
de joyeuse sensualité exprimé dans les premières
œuvres a succédé un sentiment désenchanté
de « non-appartenance » qui déplace le point
de vue et modifie l’orientation d sa recherche vers une réflexion
plus approfondie sur la relation entre nature et culture.
Roberto Daolio, in
catalogue de l’exposition A mon seul désir,
Alliance Culturelle Italo-Française de Bologna, mars 1995
(…) On ne doit pas s’étonner si le travail d’A.C
de Grolée se développe et s’épanouit
sur des plans différents et difficilement définissables.
L’accumulation de signes et des rappels à un parcours
qui pourrait se situer à l’intérieur de la perspective
consolidée d’un triple rapport art-science-nature est
conduite à travers le repérage de la centralité
« interposée » du corps. De ce point de vue,
le corps -et ses divagations incontrôlées et ses métamorphoses-
reflète et projette le sens d’une manipulation sémantique
qui légitime non seulement les hybridations formelles entre
nature et histoire, ou entre imaginaire poétique et innovation
technologique, mais aussi une volonté précise d’intervention
sensible et motivée par des contrastes de l’identité
subjective. De même que le rapport entre corporéité
naturelle et représentation complexe d’une contamination
non banalisée entre intérieur et extérieur,
entre micro et macro-cosme « corporel » reflète
la déstabilisation d’un érotisme subtil et sensiblement
hybridé par la séduction magnétique d’un
détail pour le tout.
(…) L’intérêt d’Anne-Clémence
pour les représentations du corps comme fulcre entre pulsions
dyonisiaques et études anatomiques, entre l’art érotique
pompéien et les ex-voto, entre la peinture religieuse et
l’art statuaire de la Renaissance, entre la cohabitation des
opposés mimétiques d’une exploration curieuse
de nature et d’artifice, se condense et s’identifie
dans une exaspération croisée d’échanges
symboliques.
(…) Le jeu d’hybridation des formes mutantes ou des
pulsions vitalistes incontrôlées va dominer le rapport
avec les références scientifiques élaborées
à l’échelle ambiante. Là où la
« dimension » de laboratoire fermé, intime, privé
se relie à la perception du visiteur à travers l’implicite
séduction d’un cabinet de curiosités.
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