Anne-Clémence de Grolée
   
 
Lungomare, livre-installation, 2008

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ANNE-CLÉMENCE DE GROLÉE. SULLO STATO DEI LUOGHI
Intervista a cura di Emanuela Nicoletti

in Arte e Critica - ottobre '08

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EN L’incanto e il degrado attraverso la figura della sirena e la costruzione, come per gioco, di una città, sembrano riflettere nelle tue installazioni, e in generale nel tuo lavoro, la condizione ineluttabile del Sud, anche della Sicilia dove vivi. Ma, simili opposti non convivono nella cultura e nell’immaginario di ogni paese?
ADG Nel 1996, approdando in Sicilia, ospite di Fiumara d’Arte e del Centro Culturale Francese di Palermo, ero carica di tante immagini, più o meno mitiche, tanti racconti e anche preconcetti su questo luogo – che poi sono quelli diffusi più a nord. Il primo impatto tra questo bagaglio di conoscenze e l’esperienza diretta, intensissima, di questo territorio è stato fortissimo. In qualche posto, mi imbattevo in un pregnante genius loci e l’eco mitologico delle Metamorfosi si faceva risentire. Altrove purtroppo, scoprivo i danni provocati dall’abusivismo e dall’incompiuto – piaghe peculiari del degrado meridionale – che deturpano così violentemente il paesaggio siciliano. Questo urto ha tuttavia fertilmente nutrito la mia ricerca che poi, con gli anni, va spostandosi perché la realtà siciliana – così complessa e tormentata – è capace di rilanciare il discorso. Il mio essere di origine estranea al luogo dove ora vivo me lo fa guardare tuttora in modo più distaccato ma anche forse meno assuefatto. Ricordo lo stupore dei visitatori delle mie prime installazioni legate all’abusivismo: tali paesaggi erano per così dire normali, c’erano nati ed abituati…

EN Una puntigliosa ricerca con il mezzo fotografico, l’uso di materiali e oggetti eterogenei destinati ad assemblaggi e ri-costruzioni dedicati a Palermo allo scopo di restituire una realtà urbana tragica e paradossale, generata da modi e stili di vita corrotti, tutto in un plastico a suo modo divertente d’architetto impazzito… Vuoi parlarci di Villinomania 1 e 2, di Lungomare e Mobile City?
ADG
La fotografia è stata un modo di appropriarsi di questo nuovo luogo di vita. Ho eseguito una lunga ricognizione, quasi uno “stato dei luoghi”, in particolare del lungomare e dei margini delle città, luoghi particolarmente sintomatici della speculazione edilizia. Si sono così sedimentate migliaia di frammenti della realtà che, col tempo, hanno prodotto visioni originali di questi quartieri periferici, spesso incompiuti, segnati dall’abusivismo o dalla lottizzazione. Nelle varie versioni di Villinomania e Mobile city, mi sono ispirata ai giochi di costruzione per bambini per riproporre, in modo ovviamente ironico sotto l’apparenza ludica, la configurazione della città dilagante e il suo processo di proliferazione. Lo scheletro di cemento incompiuto e il “villino” – col suo accumulo di elementi disparati senza legame col territorio – sono diventati le due figure-chiave delle mie installazioni. Il mio lavoro ha progressivamente sposato le caratteristiche stesse del suo soggetto, in una specie di gioco di specchi: come la realtà a cui allude, funziona con la frammentazione, la costruzione/decostruzione, la moltiplicazione senza mirare ad una forma unica e definitiva. L’opera d’altronde è smontabile e trasportabile in un baule come la città prefabbricata… Lo stesso capita con i fotomontaggi che non prevedono una composizione fissa, ritenuta “migliore” ma, al contrario, si espandono in situ – come in Babele, direttamente legata a Palermo, con zone quasi illeggibili e altre più strutturate. Scheletri e ruderi, in questo caso, compongono un tessuto urbano come incancrenito, in cui si intrecciano intimamente vitalità e distruzione, rimandando allo sviluppo quasi mostruoso del Ficus magnolioides. La città mi appare così come un gigante dai piedi d’argilla, in bilico tra espansione e crollo…

EN L’occhio estraneo – dopotutto sei in Italia da poco più di dieci anni – è incredulo, e certamente molto critico. Ma, Quoi de nouveau sous le soleil?, il titolo della tua mostra al Centro Arte Bannata di Piazza Armerina, si riferisce unicamente a quanto detto o vuole alludere anche ad altre forme di degrado, all’ipotesi che, insomma, in qualche modo “tutto il mondo è paese”?
ADG
Nel riprendere in francese e in forma interrogativa la formula latina Nihil novi sub sole, esprimo un certo disincanto e forse anche scetticismo (pasoliniano?) davanti al “nuovo” proposto in Sicilia, e cioè davanti al cosiddetto sviluppo in atto – ben poco progresso, ai miei occhi – frutto di potenti ed immediati interessi privati e che produce velocemente cancellazione di memoria e antiche conoscenze, quindi impoverimento generale. Per parafrasare Marc Augé, dubito dell’avvenire dell’architettura concepita solo per il presente. Il mio vivere in Sicilia mi ha resa più sensibile alle problematiche ambientali però constato tristemente che i fenomeni (la città dilagante, il mal costruito e il degrado ambientale) che interessano la mia ricerca non sono appannaggi esclusivi di questa terra, anzi si riscontrano un po’ in tutto il Mediterraneo, con l’espansione urbana e il turismo di massa, al punto che potrei mettere a confronto situazioni molto simili su l’una e l’altre riva. Inoltre, dopo tanti anni all’estero, guardando il mio paese d’origine, vedo un paesaggio altrettanto deturpato – seppure diversamente – da queste lottizzazioni di case clonate, senza storia, che si moltiplicano in tutte le province. Chissà se indagherò un giorno quest’altro modello di sviluppo. In questo senso, effettivamente mi viene da pensare pessimisticamente che tutto il mondo è paese…

 

ANNE-CLEMENCE DE GROLEE. SUR L’ETAT DES LIEUX
Interview recueillie par Emanuela Nicoletti Arte Critica, 2008

EN L’enchantement et la dégradation à travers la figure de la sirène et la construction, comme par jeu, d’une ville, semblent refléter dans tes installations, et en général dans ton travail, la condition inéluctable du Sud, et particulièrement de la Sicile où tu vis. Mais, de tels opposés ne coexistent-ils pas dans la culture et l’imaginaire de tous les pays ?
ADG
En 1996, à mon arrivée en Sicile, comme hôte de la Fiumara d’Arte et du Centre Culturel Français de Palerme, je portais en moi une quantité d’images, plus ou moins mythiques, de récits et aussi de préjugés sur ce lieu – qui sont de fait ceux qu’on diffuse au nord. Le premier impact entre ce bagage de connaissances et l’expérience directe, très intense, de ce territoire a été extrêmement fort. Dans certains endroits, j’étais saisie par un persistant genius loci et l’écho mythologique des Métamorphoses se faisait ressentir. Ailleurs malheureusement, je découvrais les dégâts provoqués par l’abusivismo et l’inachevé – deux plaies caractéristiques de la dégradation méridionale- qui défigurent si violemment le paysage sicilien. Ce choc a toutefois nourri fertilement ma recherche qui, au fil des années, se déplace parce que la réalité sicilienne -si complexe et si tourmentée- a la capacité de relancer le propos. Ma condition d’étrangère au lieu où je vis me pousse à le regarder encore aujourd’hui de façon plus détachée mais aussi peut-être moins résignée. Je me souviens de l’étonnement des visiteurs de mes premières installations liées à l’abusivismo: à leurs yeux, de tels paysages étaient pour ainsi dire normaux, ils y étaient nés et habitués…

EN Une pointilleuse recherche au moyen de la photographie, l’usage de matériaux et d’objets hétérogènes destinés à des assemblages et des re-constructions dédiés à Palerme dans le but de donner à voir une réalité urbaine tragique et paradoxale, générée par des modes et des styles de vie corrompus, le tout comme la maquette plutôt drôle d’un architecte délirant… Tu veux nous parler de Villinomania 1 et 2, de Lungomare et de Mobile City ?
ADG
La photographie a été un moyen de s’approprier ce nouveau cadre de vie. J’ai effectué une longue reconnaissance, presque un « état des lieux », en particulier sur le bord de mer et dans les marges de la ville, lieux particulièrement symptomatiques de la spéculation immobilière. De la sorte se sont sédimentés des milliers de fragments de la réalité qui, avec le temps, ont produit des visions originales de ces quartiers périphériques, souvent inachevés, marqués par l’abusivismo et les lotissements. Dans les différentes versions de Villinomania et de Mobile City, je me suis inspirée des jeux de construction pour enfants afin de re-proposer, de façon évidemment ironique sous l’apparence ludique, la configuration de la ville en rapide expansion et son processus de prolifération. Le squelette en ciment inachevé et le villino –avec son accumulation d’éléments disparates sans lien avec le territoire- sont devenus les deus figures emblématiques de mes installations. Mon travail a progressivement épousé les caractéristiques mêmes de son sujet, dans une espèce de jeu de miroirs : comme la réalité à laquelle il fait allusion, il fonctionne par la fragmentation, la construction/déconstruction, la multiplication sans viser à une forme unique et définitive. Par ailleurs l’œuvre est démontable et transportable dans une malle comme la ville préfabriquée… C’est pareil avec les photomontages qui ne prévoient pas une composition fixe, estimée « meilleure » mais, au contraire, se diffusent in situ –comme dans Babele, directement lié à Palerme, avec des zones presque illisibles et d’autres plus structurées. Les squelettes et les ruines, dans ce cas, composent un tissu urbain comme gangrené, dans lequel s’entrecroisent intimement vitalité et destruction, renvoyant au développement presque monstrueux du Ficus Magnolioides. La ville m’apparaît ainsi comme un géant aux pieds d’argile, en difficile équilibre entre expansion et écroulement…

EN Le regard étranger –après tout tu es en Italie depuis plus de dix ans- est incrédule, et certainement très critique. Mais Quoi de nouveau sous le soleil ?, le titre de ton exposition au Centre Arte Bannata de Piazza Armerina, se réfère uniquement à ce dont nous avons parlé ou bien veut aussi faire allusion à d’autres formes de dégradation, à l’hypothèse que, en somme, d’une certaine manière « c’est partout pareil » ?
ADG
Par la reprise en français et sous forme interrogative de la formule latine Nihil novi sub sole, j’exprime un certain désenchantement et peut-être aussi un certain scepticisme (pasolinien ?) devant le « nouveau » proposé en Sicile, devant le prétendu développement en acte –bien peu progrès, à mes yeux, fruit de puissants et immédiats intérêts privés- et qui provoque rapidement l’effacement de la mémoire et d’anciennes connaissances, en deux mots appauvrissement général. Pour paraphraser Marc Augé, je doute de l’avenir de l’architecture conçue seulement pour le présent. Le fait de vivre en Sicile m’a sans doute rendue plus sensible aux problématiques liées à l’environnement mais je constate avec tristesse que les phénomènes (la ville envahissante, le mal-constuit et la dégradation de l’environnement) qui intéressent ma recherche ne sont pas apanages exclusifs de cette terre, et même qu’ils se retrouvent un peu dans toute la Méditerranée, avec l’expansion urbaine et le tourisme de masse, au point que je pourrais confronter des situations très semblables sur l’une et l’autre rive. En outre, après tant d’années à l’étranger, lorsque je regarde mon pays d’origine, je vois un paysage tout autant dévasté -quoique différemment- par ces lotissements de maisons « clonées », sans histoire, qui se multiplient dans toutes les provinces. Qui sait si j’affronterai un jour cet autre modèle de développement. En ce sens, effectivement, j’en viens à penser de façon pessimiste que « c’est partout pareil… »